mercoledì 3 luglio 2013

La commemorazione dei defunti

La commemorazione dei defunti

di san Giovanni di Kronstadt

Panikhída per i defunti e benedizione dei kolivi





La santa Chiesa Ortodossa, come madre attenta, innalza preghiere ogni giorno, in ogni ufficio divino, per tutti i suoi figli partiti nel paese dell’eternità. Ecco come: all’ufficio di mezzanotte sono letti i tropari e le preghiere per i defunti, e si fa memoria di loro nell’ektenia finale. Lo stesso alle compiete. Ai mattutini e ai vespri, durante l’ektenia chiamata “ardente”: “Abbi pietà di noi, o Dio…”. Nel corso della divina Liturgia sono commemorati tre volte: alla protesi, all’ektenia dopo l’Evangelo e dopo la santificazione dei doni, al momento dell’inno: “È veramente degno…”.




Così la santa Chiesa prega senza interruzione, e generalmente, per tutti i nostri antenati, padri, fratelli e sorelle, che ci hanno preceduti. Ma il nostro santo obbligo, è di preoccuparci noi stessi della salvezza dell’anima dei nostri defunti che non possono fare nulla di utile per sé stessi, nella vita dell’oltretomba, per i peccati che hanno commesso sulla terra. Sperano in noi e attendono il nostro aiuto, in noi che siamo i loro prossimi, i loro genitori, o che li abbiamo conosciuti.

Ecco quale aiuto possiamo fornire loro: la nostra preghiera offerta con fede ed amore, nei templi di Dio e nelle case private; le opere buone che compiamo in loro memoria; ma la principale e più efficace per ottenere la misericordia divina per i defunti, è la liturgia per i morti, o l’offerta del sacrificio incruento per la loro salvezza. Là, il Signore stesso è segretamente immolato sull’altare, e con ciò, porta la misericordia divina a perdonare al defunto i suoi peccati, per il quale intercede il più Grande degli Intercessori, ed è portato il sacrificio più Santo e più Potente. San Cirillo di Gerusalemme dice: “Preghiamo per tutti i defunti per i quali è offerto sull’altare il Sacrificio santo e terribile, nella fede che queste anime ne ricevono un profitto immenso”. Le particole prelevate dalle prosfore in ricordo delle anime dei defunti, nel corso della Divina Protesi, sono immerse nel Sangue Vivificante di Cristo, mentre il sacerdote pronuncia: “Lava, Signore, con il tuo Sangue prezioso e le preghiere dei tuoi santi, i peccati di quelli di cui è stata fatta qui memoria”. Ecco il significato immenso che ha per i defunti, al momento della Divina Liturgia, l’offerta delle prosfore e dei dittici che portano i loro nomi.

La santa Chiesa compie a nostra richiesta, un ufficio particolare in memoria di ciascuno dei nostri padri o parenti defunti, nei giorni della loro commemorazione; ma soprattutto nelle date importanti dopo il loro riposo, che sono il terzo, il nono, il quarantesimo giorno, ed il giorno anniversario. La commemorazione in questi giorni viene dalla tradizione apostolica, istituita per le seguenti ragioni:




Al terzo giorno, perché il defunto è stato battezzato nel nome del Padre, del Figlio e del Santo Spirito, Dio Uno nella Trinità; in seguito perché ha conservato le tre virtù teologali, che sono la base della nostra salvezza, cioè, la fede, la speranza e l’amore; in terzo luogo perché nel suo essere interiore c’erano tre forze, la ragionevolezza, la sensibilità e la volontà, con le quali, tutti pecchiamo e, poiché gli atti dell’uomo si esprimono in tre modi: azione, parola e pensiero, commemorando il terzo giorno, preghiamo la Santa Trinità di perdonare al defunto tutti i peccati che ha commesso con queste tre forze in azione.




Al nono giorno, perché l’anima del defunto sia resa degna dell’unione nel cuore dei Santi con le preghiere e l’intercessione dei nove ordini angelici.




Al quarantesimo giorno, in riferimento alla tradizione degli Apostoli, che hanno dato forza di legge nella Chiesa di Cristo all’uso ancestrale degli Ebrei di piangere i morti per quaranta giorni, la santa Chiesa dai tempi più antichi ha costituito come regola di fare memoria dei defunti durante quaranta giorni ed in particolare il quarantesimo.




Così come Cristo ha sconfitto Satana, restando quaranta giorni in digiuno e preghiera, esattamente allo stesso modo la santa Chiesa, offrendo durante quaranta giorni le preghiere, i doni e i sacrifici incruenti in onore del defunto, domanda per lui al Signore la grazia di vincere il nemico, il principe delle tenebre e ricevere in eredità il Regno Celeste.




La commemorazione dei defunti ad un anno dal giorno della loro morte, ed ogni anno successivo, si compie per rinnovare il nostro amore per loro con preghiere ed opere buone. Il giorno della loro fine è in un certo qual modo la loro seconda nascita, per la nuova vita eterna. La santa Chiesa ha istituito in più giorni particolari, che si chiamano “ancestrali”, per una commemorazione solenne ed universale di tutti coloro che sono morti nella vera fede. Tali sono:



- Il sabato di Carnevale, cioè il sabato che precede la “Settimana dei latticini” (questo giorno sono commemorati principalmente coloro che sono defunti di morte non naturale, ad eccezione di quelli che si sono suicidati).




- Tre sabati della Grande Quaresima: il secondo, il terzo ed il quarto.




- Il lunedì o il martedì della “settimana di Tommaso” (che segue la “Settimana luminosa” di Pasqua) chiamati Radonitsa.




- Il sabato che precede la Pentecoste, cioè, la vigilia della festa della santa Trinità.




- Il sabato che precede il 26 ottobre, o “sabato di Dimitri””, istituito dal Grande Principe Dimitri Ioannovitch Donskoï, per la memoria eterna dei soldati uccisi sul campo di battaglia di Koulikovo (l’8 settembre 1380).




- Il 29 agosto, giorno della decollazione di san Giovanni il Precursore.



“Sforziamoci, dice san Giovanni Crisostomo, di aiutare i defunti per quanto possibile: invece di lacrime, invece di singhiozzi, invece di tombe sontuose: le nostre preghiere per loro, le opere buone e i doni, affinché così, sia loro che noi, riceviamo le bontà promesse”.




Ciascuno di noi aspira a ché dopo la nostra partenza da questa vita i nostri parenti non ci dimentichino e preghino per noi. Affinché questo si compia, dobbiamo noi stessi amare i nostri parenti defunti. Con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio (Luca 6, 38), dice la parola di Dio. È per questo che Dio, ed anche gli uomini, si ricorderà, al momento della sua morte, di colui che avrà commemorato i defunti.




Prega il Signore per il riposo dei tuoi antenati, padri e fratelli defunti, ogni giorno, mattina e sera, e che la memoria della morte viva in te, e che la speranza di un’altra vita dopo la morte non si estingua in te, e che il tuo spirito si umili ogni giorno al pensiero della rapidità con la quale passa la tua vita.




L’uomo morto è un essere vivo: Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui (Luca 20, 38). L’anima vola invisibilmente presso il corpo, ed i luoghi dove amava trovarsi. Se è morta nei peccati, non può disfarsi dei loro legami ed ha un grande bisogno delle preghiere dei vivi e soprattutto della Chiesa, la santissima sposa di Cristo.




Preghiamo, così, sinceramente per i morti, questo beneficio immenso è per loro più grande della beneficenza per i vivi.




Fratelli! Qual è lo scopo della nostra vita sulla terra? È, dopo la nostra prova nelle afflizioni e le disgrazie terrestri, e dopo un perfezionamento progressivo nelle virtù con l’aiuto dei doni beati ricevuti nei misteri, di riposare in Dio alla nostra morte: il riposo del nostro spirito. Ecco perché cantiamo per i morti: “Da riposo, Signore, all’anima del Tuo servo”. Desideriamo il riposo per il defunto, termine di ogni desiderio, e preghiamo Dio per questo. Non è irragionevole allora, affliggersi enormemente a proposito dei morti? Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo (Matteo 11, 28), dice il Signore. Ecco i nostri defunti, che si sono addormentati in una fine cristiana, giungono a questa chiamata del Signore, e si riposano. Perché allora affliggersi?




Cosa è dunque la nostra vita? Una candela che brucia. Basta soltanto a Colui che l’ha donata, di soffiarvi sopra, ed essa si spegne. Che cos’è la nostra vita? Il cammino del viaggiatore: arrivato ad un certo limite le porte si aprono davanti a lui, lascia il suo abito di pellegrino (il suo corpo) ed il suo bastone, ed entra nella sua casa. Che cos’è la nostra vita? Una guerra lunga, cruenta, per la conquista della vera patria e della vera libertà. La guerra è terminata: che siate vincitori, o sconfitti, siete chiamati dal luogo della battaglia, verso quello della ricompensa, e ricevete dal Tesoriere, o la ricompensa e la gloria eterna, o la punizione e la vergogna eterne.




La preghiera è il legame d’oro del cristiano, viaggiatore e straniero sulla terra, con il mondo spirituale di cui fa parte, e soprattutto con Dio; l’anima è venuta da Dio, ed è verso Dio che ritorna sempre attraverso la preghiera. La preghiera porta un grande vantaggio a colui che prega: allevia l’anima ed il corpo, dà il riposo non soltanto all’anima di colui che prega (Io vi darò riposo – Matteo 11, 28), ma anche a quelle dei nostri antenati, padri, fratelli e sorelle, già arrivati.




Vedete allora l’importanza della preghiera!








Significato del “Kolivo”, del turibolo e delle candele




Il “kolivo” o “koutia” consiste in grano cotto con miele. Il grano significa qui che i morti risusciteranno fuori delle loro tombe nel giorno della Risurrezione generale. Come il chicco di grano seminato in terra marcisce inizialmente e sembra morire, quindi rinasce e porta dei frutti. Il Salvatore stesso ha detto ai Suoi discepoli: In verità, in verità vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto (Giovanni 12, 24).




Il miele che addolcisce il grano designa le delizie di cui sarà colmato il defunto per l’eternità.




Il turibolo materializza il profumo delle preghiere elevate per il morto, come dice il salmista: Si elevi la mia preghiera come incenso davanti a te (Salmo 140, 2).




Le candele sono l’immagine di questo mistero: colui che ha vissuto secondo la legge di Dio, nella Luce della fede Ortodossa, è trasferito dalla vita oscura di quaggiù, verso la Luce Celeste.




Tratto da: san Giovanni di Kronstadt, La mia Vita in Cristo




Traduzione a cura di © Tradizione Cristiana

sabato 29 giugno 2013

Santi Pietro e Paolo


Oggi la Chiesa ortodossa festeggia, come anche i cattolici, i Santi Pietro e Paolo, quindi ne approfitto per fare gli auguri a tutti coloro che portano questo nome santo.
Volevo, in occasione di questa festa, riportare il tropario cantato in romeno, in greco e  la traduzione in italiano :


«O primi nel trono degli apostoli e maestri del mondo, intervenite presso il
Sovrano di tutti, affinché sia donata pace al mondo e la grande misericordia
alle anime nostre» (Dal tropario della festa)


Canto in Romeno





Canto in Greco





CRISTIANESIMO ORTODOSSO: Il Pensiero di san Gregorio Magno sul primato

CRISTIANESIMO ORTODOSSO: Il Pensiero di san Gregorio Magno sul primato: padre Gregorio Cognetti    Tutti sanno che una delle divergenze principali tra Ortodossi e Romano-Cattolici è costituita dal ruolo del ...

domenica 16 giugno 2013

Settima domenica di Pasqua-Articolo da TRADIZIONE CRISTIANA

DOMENICA DEI SANTI PADRI DEL I CONCILIO ECUMENICO

Questa settima domenica dopo Pasqua, celebriamo il primo Concilio Ecumenico di Nicea, dove si riunirono trecentodiciotto padri teofori.




Stelle risplendenti del cielo spirituale,
illuminate la mia anima della vostra clarità.
Avendo separato il Figlio dall’essere del Padre,
alla gloria di Dio Ario sia straniero!

Ecco la ragione per la quale celebriamo questa festa. Poiché il Signore Gesù Cristo, dopo avere portato una carne simile alla nostra, ha ineffabilmente compiuto tutto il piano della salvezza ed è ritornato sul trono paterno, i Santi Gerarchi hanno voluto mostrare che il Figlio di Dio si è realmente fatto uomo e che in quanto uomo perfetto Dio si è elevato per sedersi alla destra della maestà nelle altezze. E poiché questo Concilio dei Santi Padri L’ha definito così, riconoscendoLo della stessa natura e dignità del Padre, per questa ragione fu istituita, dopo la Sua gloriosa Ascensione, la presente festa, come per esaltare l’assemblea di questi Padri conciliari, che avevano proclamato Dio vero e nella carne perfettamente uomo Colui che nella Sua carne si era elevato al cielo.
Questo Concilio ebbe luogo sotto Costantino il Grande, il ventesimo anno del suo regno. Avendo fatto cessare la persecuzione, regnò prima a Roma, quindi fondò la città così piacevole che porta il suo nome, l’anno della creazione 5838. Fu allora che si iniziò a parlare di Ario. Proveniva dalla Libia e diventò diacono ad Alessandria, ordinato dal santo ieromartire Pietro di Alessandria, poi si mise a vaneggiare contro il Figlio di Dio, affermando che era una creatura, tratta dal nulla, e che in seguito aveva avuto accesso al posto divino; che lo si chiamava impropriamente Sapienza e Verbo di Dio, come per opporsi all’empio Sabellio quando diceva che la divinità era impersonale, monoipostatica, poiché era a volte il Padre, a volte il Figlio, a volte il Santo Spirito.
Poiché Ario proponeva queste bestemmie, san Pietro di Alessandria lo allontanò dal ministero, dopo avere visto sull’Altare il Cristo come un bambino che portava una tunica lacerata, che diceva che Ario Gliel’aveva strappata. Ma Acilla che, dopo Pietro, fu Arcivescovo di Alessandria lo reintegrò, nonostante le sue promesse. Inoltre, egli lo ordinò sacerdote e gli permise di insegnare ad Alessandria. Quando Acilla morì, Alessandro diventò Patriarca. E, siccome vedeva che Ario predicava sempre le stesse eresie, ed anche peggiori, lo cacciò dalla Chiesa, facendolo condannare dal Concilio, come dice Teodoreto. Poiché insegnava che Cristo aveva cambiato natura, che il Signore aveva assunto una carne priva di anima e di spirito. Fu il primo a dire ciò. Quindi, aggiungendo ancora altre empietà a questa, Ario scrisse, e si riconciliò con Eusebio di Nicomedia, Paolino di Tiro, Eusebio di Cesarea e altri, ed andò contro Alessandro. Quest’ultimo scrisse in tutto il mondo, denunciando l’eresia e le bestemmie di Ario cosa che incitò molti Padri alla difesa della fede.
La Chiesa era dunque turbata e, poiché sembrava non esserci alcun rimedio a questo disaccordo, Costantino il Grande fece venire dall’intero mondo, su carri pubblici, i Padri conciliari, che si riunirono a Nicea, dove si recò egli stesso. Mentre tutti i Padri occupavano i loro posti, lui stesso fu invitato, e si sedé, non sul trono imperiale, ma su una sedia inferiore alla sua dignità. Dopo che avevano parlato contro Ario, quest’ultimo fu condannato all’anatema, come tutti coloro che pensavano come lui. Il Verbo di Dio fu dichiarato, dai Santi Padri, consustanziale e coeterno al Padre, e di stessa dignità. E composero il Simbolo di Fede fino alla frase “Ed allo Spirito Santo”, poiché quest’ultima parte fu redatta dal Secondo Concilio. Inoltre, il primo concilio si espresse sulla festa di Pasqua, sul modo in cui occorreva celebrarla, vale a dire  non con gli Ebrei, come era d’uso prima. E composero i venti Canoni sulla Costituzione della Chiesa. Quanto al Simbolo di Fede, Costantino il Grande, pari agli Apostoli, lo ratificò con inchiostro rosso, ultimo di tutti.
Tra questi Santi Padri, duecentotrentadue erano Vescovi, ottantasei Sacerdoti, Diaconi e Monaci, cosa che in totale fa trecentodiciotto. I più importanti erano: Silvestro papa di Roma e l’Arcivescovo Mitrofane di Costantinopoli (questi due erano rappresentati da legati), Alessandro di Alessandria con Atanasio il Grande, che era allora Arcidiacono. Eustazio di Antiochia e Macario di Gerusalemme, Hosios Vescovo di Cordova, Pafnuzio il Confessore, Nicola il Mirovlita e Spiridione di Trimitunde (che, avendo trionfato sul filosofo del posto, lo battezzò, mostrandogli il triplice Sole). In mezzo all’assemblea conciliare, due Padri Vescovi in piedi con lui davanti a Dio, Costantino il Grande, che aveva messo la decisione del Santo Concilio nelle loro cassette e le aveva accuratamente chiuse, la trovò ratificata da loro e firmata con divine parole ineffabili.
Mentre il Concilio si concludeva, la città fu completamente costruita. Costantino il Grande invitò tutti questi Santi uomini: avendo fatto il giro della città pregando, decisero che era, in modo soddisfacente, la Regina delle città. Per ordine dell’imperatore, la si dedicò alla Madre di Dio. Ed i Santi Padri se ne tornarono ciascuno alla propria terra.
Appena Costantino il Grande fu passato da questo mondo a Dio, lasciando lo scettro al suo figlio Costanzo, Ario venne a trovare l’imperatore e gli disse: “Abbandono tutto e voglio unirmi alla Chiesa di Dio”. Avendo scritto le sue eresie, le sospese al suo collo e, facendo finta di obbedire al Concilio, le colpì con la sua mano e disse che si sottoponeva. Nella sua negligenza, l’imperatore ordinò al Patriarca di Costantinopoli di riammettere Ario alla Comunione. C’era allora Alessandro, che era succeduto a Mitrofane. Conoscendo le cattive disposizioni di quest’uomo, esitava e pregò Dio di mostrargli se era Sua volontà che comunicasse Ario. Quando venne il momento in cui doveva concelebrare con lui, la preghiera si fece più ardente. Ario recandosi alla chiesa, urtò da qualche parte contro una colonna del foro, ed il suo ventre si squarciò, al punto che le sue feci scorsero in pubblico. Essendosi così lacerato, lasciò sfuggire da sotto la sua costituzione interiore, imitando Giuda nel suo modo di lacerarsi nel mezzo, per avere anche lui tradito il Verbo. Avendo separato il Figlio di Dio dalla natura del Padre, si lacerò lui stesso e fu trovato morto. Ed è così che la Chiesa di Dio fu liberata da una simile flagello.
tratto da: “Τριώδιον κατανυκτικόν”, Αποστολική Διακονία, 1993.
Traduzione a cura di © Tradizione Cristiana