Visualizzazione post con etichetta icone ortodosse. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta icone ortodosse. Mostra tutti i post

giovedì 13 febbraio 2014

Sa nu ne rugam ca fariseul-Non preghiamo come il fariseo



Să nu ne rugăm ca fariseul, fraţilor, ci să ne smerim înaintea lui Dumnezeu ca vameşul, întru pocăinţă  strigând: Dumnezeule, milostiv fii nouă, păcătoşilor!“

(Stihira Triodului, glasul I)

Fratelli, non preghiamo come il fariseo, perché chi si esalta sarà umiliato, (ma) umiliamoci dinanzi a Dio come il pubblicano, invocando con il digiuno: "O Dio, abbi pietà di noi, peccatori".


ICONA DELLA DOMENICA DEL FARISEO E DEL PUBBLICANO




martedì 11 giugno 2013

L’ASCENSIONE DEL SIGNORE

L’ASCENSIONE DEL SIGNORE
di Fotios monaco


Sul Monte degli ulivi a Gerusalemme, nel luogo chiamato Imbobon (altura), si trova un piccolo edificio circolare custodito da musulmani, al suo interno, nel più totale disadorno, è racchiusa la roccia da cui il Salvatore lasciò la terra per ascendere al cielo sotto gli occhi stupiti degli apostoli. L’odierna esegesi biblica di matrice occidentale ritiene che il racconto dell’Ascensione sia direttamente collegato a quello della Resurrezione, una prosecuzione narrativa che ha sdoppiato il racconto dell’evento pasquale, ponendo una fine temporale alla presenza meta-storica del Risorto sulla terra. Nulla di diverso, sostanzialmente, da quanto la secolare Tradizione della Chiesa trasmette ai suoi fedeli. Infatti, se la memoria liturgica di questo evento è oggi posta 40 giorni dopo la Resurrezione e dieci prima della Pentecoste, in origine era invece celebrata nello stesso giorno della Resurrezione, in seguito insieme alla festa di Pentecoste. La prima testimonianza di questa festa si trova in Eusebio dove è chiamata “giorno solenne” e in san Gregorio di Nissa che le dà il nome di Ανάληψις, divenuto poi comune a tutta la Chiesa. Solo tra il V ed il VI secolo si stabilisce definitivamente come celebrazione autonoma[1].
La liturgia dell’Ascensione, d’altronde, si compone intorno al racconto di san Luca[2] e degli Atti degli Apostoli[3]. San Paolo da parte sua riferisce l’avvenimento: Colui che discese è lo stesso che pure ascese al di sopra di tutti i cieli[4], mentre il salmo 23 sottolinea la sua ampiezza: Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi porte antiche ed entri il Re della gloria; così nella raffigurazione iconografica della festa le due “porte” indicano i due poli metafisici della terra e i due estremi della corsa della salvezza. Dio discende fino alla porta dell’inferno, la spezza e da lì si eleva fino alla porta del cielo: “Il Signore con la sua discesa ha annientato l’avversario e con la sua ascensione ha esaltato l’uomo”. Il pessimismo veterotestamentario di Giobbe constatava che chi scende agli inferi più non risale[5]. Ma già il cantico di Anna profetizzava: Il Signore fa scendere agli inferi e risalire[6]. La festa annuncia la vittoria sulla morte e sull’inferno e la Tradizione sottolinea la vastità del suo compimento finale. Così san Giovanni Crisostomo, in una sintesi stupenda, vi mostra il termine della salvezza: l’umanità di tutti nell’umanità del Cristo è introdotta definitivamente nell’esistenza celeste, è la nostra eternizzazione e la nostra immortalità realizzate senza ritorno possibile. Quindi la nostra patria è nei cieli[7]. Più ancora, il Padre con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù[8]; per anticipazione, in Cristo, san Paolo contempla già il Regno compiuto.
Gli apostoli, dice san Luca, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e la liturgia della festa è un inno di gioia. La salvezza è realizzata, ma l’opera del Cristo, compiuta oggettivamente, deve passare per una appropriazione soggettiva in ogni uomo. Alzate le mani, li benedisse. Ora, mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Questa benedizione è già l’inizio della Pentecoste, l’invio del Santo Spirito, si può dire che rappresenti l’epiclesi pentecostale, il momento in cui io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre[9]. L’epiclesi è l’invocazione indirizzata al Padre affinché mandi lo Spirito, ed è ciò che canta incessantemente la liturgia della festa: “Tu ti sei innalzato nella gloria, Cristo nostro Dio, dopo aver rallegrato i tuoi discepoli con l’annuncio del Santo Spirito, ed essi furono confermati dalla tua benedizione”. “Il Signore è salito… per restituire ad Adamo l’immagine che aveva perduta e inviare a noi lo Spirito Paraclito, al fine di santificare le nostre anime…”. Si vede bene la sorgente profonda della gioia apostolica che esplode malgrado la dipartita, perché la promessa resta: Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo[10]. L’antinomia per la ragione, l’evidenza per lo spirito, sono sottolineate nel Kontàkion della festa: Avendo compiuto l’economia divina che ci riguardava e avendo unito gli abitanti della terra con quelli del cielo, tu ti sei elevato al cielo nella gloria per dimorarvi eternamente e dici a quelli che ti amano: Io sono con voi e nessuno prevarrà contro di voi. Dopo l’Ascensione la presenza del Cristo cambia modalità, s’interiorizza. Egli non è più davanti ai suoi discepoli, di fronte a loro, ma dentro di loro: egli è presente in ogni manifestazione del Santo Spirito come è presente nell’Eucaristia[11]. A noi il saperlo riconoscere, nell’attesa e alla sua Parusia, quando questo Gesù che è stato assunto verso il cielo, tornerà un giorno allo stesso modo con cui l’avete visto andare in cielo.
Vieni, o Signore Gesù![12]
[1] Cfr. A. TRADIGO, Icone e Santi d’Oriente, Milano 2004, p. 150.
[2] Luca 24, 50-53.
[3] Atti 1, 9-11.
[4] Efesini 4, 10.
[5] Giobbe 7, 9.
[6] III libro dei Re 2, 6.
[7] Filippesi 3,20.
[8] Efesini 2, 6.
[9] Giovanni 14, 16.
[10] Matteo 28, 20.
[11] Cfr. P. N. EVDOKIMOV, Teologia della bellezza. L’arte dell’icona, Cinisello Balsamo 1990, 303-305.
[12] Apocalisse 22, 20.

lunedì 29 aprile 2013

Martedi Santo


La parabola delle vergini



OMELIA DI SAN SERAFINO DI SAROV

Nella parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte (Mt. 25, 1-13) quando quest'ultime finiscono l'olio viene detto loro: "Andate a comperarlo al mercato". Tornando esse trovano la porta della camera nuziale chiusa e non possono entrare. Alcuni pensano che la mancanza d'olio delle vergini stolte simbolizzi l'insufficienza di azioni virtuose nel corso della loro vita. Tale interpretazione non è esatta. Quale mancanza d'azioni virtuose potevano avere, visto che vengono chiamate comunque vergini, anche se stolte? La verginità è una grande virtù, uno stato quasi angelico che può sostituire tutte le altre virtù. Io, miserabile, penso che mancasse loro proprio lo Spirito Santo di Dio. Praticando le virtù, queste vergini spiritualmente ignoranti, credevano che la vita cristiana consistesse in tali pratiche. Ci siamo comportate in maniera virtuosa, abbiamo fatto delle opere pie - pensavano loro - senza preoccuparsi se avessero ricevuto o no la Grazia dello Spirito Santo. Su questo genere di vita, basato unicamente sulla pratica delle virtù morali senza alcun esame minuzioso per sapere se esse ci rendono - e in quale quantità - la Grazia dello Spirito di Dio, è stato detto: "Alcune vie che paiono inizialmente buone conducono all'abisso infernale" (Pr 14,12)Parlando di queste vergini, nelle sue Epistole ai Monaci Antonio il Grande dice: "Parecchi tra i monaci e le vergini ignorano completamente la differenza che esiste tra le tre volontà che agiscono dentro l'uomo. La prima è la volontà di Dio, perfetta e salvatrice; la seconda è la nostra volontà umana, che per se stessa non e ne rovinosa né salvatrice; la terza - quella diabolica - è decisamente nefasta. È questa terza nemica volontà che obbliga l'uomo a non praticare assolutamente la virtù o a praticarla per vanità o unicamente per il "bene" e non per Cristo. La nostra seconda volontà ci incita a soddisfare i nostri istinti malvagi o, come quella del nemico, c'insegna a fare il "bene" in nome del bene, senza preoccuparsi della grazia che possiamo acquisire. Quanto alla terza volontà, quella salvatrice di Dio, essa ci insegna a fare il bene unicamente per il fine di acquisire lo Spirito Santo, tesoro eterno ed inestimabile, che non può essere uguagliato con nulla al mondo".È proprio la Grazia dello Spirito Santo simbolizzata dall'olio che mancava alle vergini stolte. Esse sono chiamate "stolte" perché non si preoccupano del frutto indispensabile della virtù cioè la Grazia dello Spirito Santo senza la quale nessuno può essere salvato perché "ogni anima è vivificata dallo Spirito Santo per essere illuminata dal sacro mistero dell'Unità Trinitaria" (Prima Antifona al Vangelo del Mattutino). Lo stesso Spirito Santo viene ad abitare nelle nostre anime e questa presenza dell'Onnipotente in noi, questa coesistenza della sua Unità Trinitaria con il nostro spirito non ci è donata che a condizione di lavorare con tutti i mezzi a nostra disposizione per ottenere lo Spirito Santo il quale prepara in noi un luogo degno per quest'incontro, secondo l'immutabile parola di Dio: "Io verrò e abiterò in essi. Sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo" (Ap 3, 20; Gv 14, 23). È questo l'olio che le vergini sagge avevano nelle loro lampade, olio in grado di bruciare per molto tempo diffondendo una luce forte e chiara per poter permettere l'attesa dello Sposo a mezzanotte ed entrare con lui nella camera nuziale dell'eterna gioia.Quanto alle vergini stolte, vedendo che le loro lampade rischiavano di spegnersi, esse si recarono al mercato ma non poterono tornare prima della chiusura della porta. Il mercato è la nostra vita. La porta della camera nuziale, chiusa per impedire di raggiungere lo Sposo, è la nostra morte umana; le vergini, sia quelle sagge che quelle stolte, sono le anime dei cristiani. L'olio non simbolizza le nostre azioni, ma la Grazia attraverso la quale lo Spirito Santo riempie il nostro essere trasformandoci da corrotti ad incorrotti. Così la Grazia trasforma la morte fisica in vita spirituale, le tenebre in luce, la schiavitù verso le passioni alle quali è incatenato il nostro corpo in tempio di Dio, cioè in camera nuziale dove incontriamo Nostro Signore, Creatore e Salvatore, Sposo delle nostre anime. Grande è la compassione che Dio ha verso la nostra disgrazia. E la nostra disgrazia non è altro che la nostra negligenza verso la sua sollecitudine. Egli dice: "Io sono alla porta e busso..." (Ap 3, 20), intendendo per "porta" la nostra vita presente non ancora conclusa con la morte.

(In lingua rumena alla pagina http://www.doxologia.ro/viata-bisericii/reflectii/sfantul-serafim-de-sarov-pilda-celor-zece-fecioare)

giovedì 11 aprile 2013

I colori delle icone




Ho trovato, in un sito per ragazzi,questa spiegazione molto semplice sul significato dei colori nelle icone ortodosse.
Molto interessante perchè il colore nelle icone ortodosse non è mai casuale.



I colori delle Icone