domenica 16 giugno 2013

Settima domenica di Pasqua-Articolo da TRADIZIONE CRISTIANA

DOMENICA DEI SANTI PADRI DEL I CONCILIO ECUMENICO

Questa settima domenica dopo Pasqua, celebriamo il primo Concilio Ecumenico di Nicea, dove si riunirono trecentodiciotto padri teofori.




Stelle risplendenti del cielo spirituale,
illuminate la mia anima della vostra clarità.
Avendo separato il Figlio dall’essere del Padre,
alla gloria di Dio Ario sia straniero!

Ecco la ragione per la quale celebriamo questa festa. Poiché il Signore Gesù Cristo, dopo avere portato una carne simile alla nostra, ha ineffabilmente compiuto tutto il piano della salvezza ed è ritornato sul trono paterno, i Santi Gerarchi hanno voluto mostrare che il Figlio di Dio si è realmente fatto uomo e che in quanto uomo perfetto Dio si è elevato per sedersi alla destra della maestà nelle altezze. E poiché questo Concilio dei Santi Padri L’ha definito così, riconoscendoLo della stessa natura e dignità del Padre, per questa ragione fu istituita, dopo la Sua gloriosa Ascensione, la presente festa, come per esaltare l’assemblea di questi Padri conciliari, che avevano proclamato Dio vero e nella carne perfettamente uomo Colui che nella Sua carne si era elevato al cielo.
Questo Concilio ebbe luogo sotto Costantino il Grande, il ventesimo anno del suo regno. Avendo fatto cessare la persecuzione, regnò prima a Roma, quindi fondò la città così piacevole che porta il suo nome, l’anno della creazione 5838. Fu allora che si iniziò a parlare di Ario. Proveniva dalla Libia e diventò diacono ad Alessandria, ordinato dal santo ieromartire Pietro di Alessandria, poi si mise a vaneggiare contro il Figlio di Dio, affermando che era una creatura, tratta dal nulla, e che in seguito aveva avuto accesso al posto divino; che lo si chiamava impropriamente Sapienza e Verbo di Dio, come per opporsi all’empio Sabellio quando diceva che la divinità era impersonale, monoipostatica, poiché era a volte il Padre, a volte il Figlio, a volte il Santo Spirito.
Poiché Ario proponeva queste bestemmie, san Pietro di Alessandria lo allontanò dal ministero, dopo avere visto sull’Altare il Cristo come un bambino che portava una tunica lacerata, che diceva che Ario Gliel’aveva strappata. Ma Acilla che, dopo Pietro, fu Arcivescovo di Alessandria lo reintegrò, nonostante le sue promesse. Inoltre, egli lo ordinò sacerdote e gli permise di insegnare ad Alessandria. Quando Acilla morì, Alessandro diventò Patriarca. E, siccome vedeva che Ario predicava sempre le stesse eresie, ed anche peggiori, lo cacciò dalla Chiesa, facendolo condannare dal Concilio, come dice Teodoreto. Poiché insegnava che Cristo aveva cambiato natura, che il Signore aveva assunto una carne priva di anima e di spirito. Fu il primo a dire ciò. Quindi, aggiungendo ancora altre empietà a questa, Ario scrisse, e si riconciliò con Eusebio di Nicomedia, Paolino di Tiro, Eusebio di Cesarea e altri, ed andò contro Alessandro. Quest’ultimo scrisse in tutto il mondo, denunciando l’eresia e le bestemmie di Ario cosa che incitò molti Padri alla difesa della fede.
La Chiesa era dunque turbata e, poiché sembrava non esserci alcun rimedio a questo disaccordo, Costantino il Grande fece venire dall’intero mondo, su carri pubblici, i Padri conciliari, che si riunirono a Nicea, dove si recò egli stesso. Mentre tutti i Padri occupavano i loro posti, lui stesso fu invitato, e si sedé, non sul trono imperiale, ma su una sedia inferiore alla sua dignità. Dopo che avevano parlato contro Ario, quest’ultimo fu condannato all’anatema, come tutti coloro che pensavano come lui. Il Verbo di Dio fu dichiarato, dai Santi Padri, consustanziale e coeterno al Padre, e di stessa dignità. E composero il Simbolo di Fede fino alla frase “Ed allo Spirito Santo”, poiché quest’ultima parte fu redatta dal Secondo Concilio. Inoltre, il primo concilio si espresse sulla festa di Pasqua, sul modo in cui occorreva celebrarla, vale a dire  non con gli Ebrei, come era d’uso prima. E composero i venti Canoni sulla Costituzione della Chiesa. Quanto al Simbolo di Fede, Costantino il Grande, pari agli Apostoli, lo ratificò con inchiostro rosso, ultimo di tutti.
Tra questi Santi Padri, duecentotrentadue erano Vescovi, ottantasei Sacerdoti, Diaconi e Monaci, cosa che in totale fa trecentodiciotto. I più importanti erano: Silvestro papa di Roma e l’Arcivescovo Mitrofane di Costantinopoli (questi due erano rappresentati da legati), Alessandro di Alessandria con Atanasio il Grande, che era allora Arcidiacono. Eustazio di Antiochia e Macario di Gerusalemme, Hosios Vescovo di Cordova, Pafnuzio il Confessore, Nicola il Mirovlita e Spiridione di Trimitunde (che, avendo trionfato sul filosofo del posto, lo battezzò, mostrandogli il triplice Sole). In mezzo all’assemblea conciliare, due Padri Vescovi in piedi con lui davanti a Dio, Costantino il Grande, che aveva messo la decisione del Santo Concilio nelle loro cassette e le aveva accuratamente chiuse, la trovò ratificata da loro e firmata con divine parole ineffabili.
Mentre il Concilio si concludeva, la città fu completamente costruita. Costantino il Grande invitò tutti questi Santi uomini: avendo fatto il giro della città pregando, decisero che era, in modo soddisfacente, la Regina delle città. Per ordine dell’imperatore, la si dedicò alla Madre di Dio. Ed i Santi Padri se ne tornarono ciascuno alla propria terra.
Appena Costantino il Grande fu passato da questo mondo a Dio, lasciando lo scettro al suo figlio Costanzo, Ario venne a trovare l’imperatore e gli disse: “Abbandono tutto e voglio unirmi alla Chiesa di Dio”. Avendo scritto le sue eresie, le sospese al suo collo e, facendo finta di obbedire al Concilio, le colpì con la sua mano e disse che si sottoponeva. Nella sua negligenza, l’imperatore ordinò al Patriarca di Costantinopoli di riammettere Ario alla Comunione. C’era allora Alessandro, che era succeduto a Mitrofane. Conoscendo le cattive disposizioni di quest’uomo, esitava e pregò Dio di mostrargli se era Sua volontà che comunicasse Ario. Quando venne il momento in cui doveva concelebrare con lui, la preghiera si fece più ardente. Ario recandosi alla chiesa, urtò da qualche parte contro una colonna del foro, ed il suo ventre si squarciò, al punto che le sue feci scorsero in pubblico. Essendosi così lacerato, lasciò sfuggire da sotto la sua costituzione interiore, imitando Giuda nel suo modo di lacerarsi nel mezzo, per avere anche lui tradito il Verbo. Avendo separato il Figlio di Dio dalla natura del Padre, si lacerò lui stesso e fu trovato morto. Ed è così che la Chiesa di Dio fu liberata da una simile flagello.
tratto da: “Τριώδιον κατανυκτικόν”, Αποστολική Διακονία, 1993.
Traduzione a cura di © Tradizione Cristiana



martedì 11 giugno 2013

L’ASCENSIONE DEL SIGNORE

L’ASCENSIONE DEL SIGNORE
di Fotios monaco


Sul Monte degli ulivi a Gerusalemme, nel luogo chiamato Imbobon (altura), si trova un piccolo edificio circolare custodito da musulmani, al suo interno, nel più totale disadorno, è racchiusa la roccia da cui il Salvatore lasciò la terra per ascendere al cielo sotto gli occhi stupiti degli apostoli. L’odierna esegesi biblica di matrice occidentale ritiene che il racconto dell’Ascensione sia direttamente collegato a quello della Resurrezione, una prosecuzione narrativa che ha sdoppiato il racconto dell’evento pasquale, ponendo una fine temporale alla presenza meta-storica del Risorto sulla terra. Nulla di diverso, sostanzialmente, da quanto la secolare Tradizione della Chiesa trasmette ai suoi fedeli. Infatti, se la memoria liturgica di questo evento è oggi posta 40 giorni dopo la Resurrezione e dieci prima della Pentecoste, in origine era invece celebrata nello stesso giorno della Resurrezione, in seguito insieme alla festa di Pentecoste. La prima testimonianza di questa festa si trova in Eusebio dove è chiamata “giorno solenne” e in san Gregorio di Nissa che le dà il nome di Ανάληψις, divenuto poi comune a tutta la Chiesa. Solo tra il V ed il VI secolo si stabilisce definitivamente come celebrazione autonoma[1].
La liturgia dell’Ascensione, d’altronde, si compone intorno al racconto di san Luca[2] e degli Atti degli Apostoli[3]. San Paolo da parte sua riferisce l’avvenimento: Colui che discese è lo stesso che pure ascese al di sopra di tutti i cieli[4], mentre il salmo 23 sottolinea la sua ampiezza: Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi porte antiche ed entri il Re della gloria; così nella raffigurazione iconografica della festa le due “porte” indicano i due poli metafisici della terra e i due estremi della corsa della salvezza. Dio discende fino alla porta dell’inferno, la spezza e da lì si eleva fino alla porta del cielo: “Il Signore con la sua discesa ha annientato l’avversario e con la sua ascensione ha esaltato l’uomo”. Il pessimismo veterotestamentario di Giobbe constatava che chi scende agli inferi più non risale[5]. Ma già il cantico di Anna profetizzava: Il Signore fa scendere agli inferi e risalire[6]. La festa annuncia la vittoria sulla morte e sull’inferno e la Tradizione sottolinea la vastità del suo compimento finale. Così san Giovanni Crisostomo, in una sintesi stupenda, vi mostra il termine della salvezza: l’umanità di tutti nell’umanità del Cristo è introdotta definitivamente nell’esistenza celeste, è la nostra eternizzazione e la nostra immortalità realizzate senza ritorno possibile. Quindi la nostra patria è nei cieli[7]. Più ancora, il Padre con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù[8]; per anticipazione, in Cristo, san Paolo contempla già il Regno compiuto.
Gli apostoli, dice san Luca, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e la liturgia della festa è un inno di gioia. La salvezza è realizzata, ma l’opera del Cristo, compiuta oggettivamente, deve passare per una appropriazione soggettiva in ogni uomo. Alzate le mani, li benedisse. Ora, mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Questa benedizione è già l’inizio della Pentecoste, l’invio del Santo Spirito, si può dire che rappresenti l’epiclesi pentecostale, il momento in cui io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre[9]. L’epiclesi è l’invocazione indirizzata al Padre affinché mandi lo Spirito, ed è ciò che canta incessantemente la liturgia della festa: “Tu ti sei innalzato nella gloria, Cristo nostro Dio, dopo aver rallegrato i tuoi discepoli con l’annuncio del Santo Spirito, ed essi furono confermati dalla tua benedizione”. “Il Signore è salito… per restituire ad Adamo l’immagine che aveva perduta e inviare a noi lo Spirito Paraclito, al fine di santificare le nostre anime…”. Si vede bene la sorgente profonda della gioia apostolica che esplode malgrado la dipartita, perché la promessa resta: Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo[10]. L’antinomia per la ragione, l’evidenza per lo spirito, sono sottolineate nel Kontàkion della festa: Avendo compiuto l’economia divina che ci riguardava e avendo unito gli abitanti della terra con quelli del cielo, tu ti sei elevato al cielo nella gloria per dimorarvi eternamente e dici a quelli che ti amano: Io sono con voi e nessuno prevarrà contro di voi. Dopo l’Ascensione la presenza del Cristo cambia modalità, s’interiorizza. Egli non è più davanti ai suoi discepoli, di fronte a loro, ma dentro di loro: egli è presente in ogni manifestazione del Santo Spirito come è presente nell’Eucaristia[11]. A noi il saperlo riconoscere, nell’attesa e alla sua Parusia, quando questo Gesù che è stato assunto verso il cielo, tornerà un giorno allo stesso modo con cui l’avete visto andare in cielo.
Vieni, o Signore Gesù![12]
[1] Cfr. A. TRADIGO, Icone e Santi d’Oriente, Milano 2004, p. 150.
[2] Luca 24, 50-53.
[3] Atti 1, 9-11.
[4] Efesini 4, 10.
[5] Giobbe 7, 9.
[6] III libro dei Re 2, 6.
[7] Filippesi 3,20.
[8] Efesini 2, 6.
[9] Giovanni 14, 16.
[10] Matteo 28, 20.
[11] Cfr. P. N. EVDOKIMOV, Teologia della bellezza. L’arte dell’icona, Cinisello Balsamo 1990, 303-305.
[12] Apocalisse 22, 20.

giovedì 6 giugno 2013

padri del deserto


Un anziano raccontò: "Vi era un anziano che viveva nel deserto e, dopo aver
servito Dio per molti anni, disse: "Signore, rivelami con chiarezza se ti sono
stato gradito". E vide un angelo che gli disse: "Non sei ancora diventato come
l'ortolano che vive nel tal luogo". L'anziano, stupito, disse fra sé: "Andrò in
città a vederlo. Chi sa che mai avrà fatto per superare il lavoro e la fatica di
tanti miei anni!". Partì dunque l'anziano, giunse al luogo che l'angelo gli
aveva indicato, e trovò quell'uomo occupato a vendere ortaggi. Si sedette
accanto a lui per il resto del giorno e, quando ebbe finito gli disse:
"Fratello, puoi ricevermi nella tua cella questa notte?". Lo accolse con grande
gioia. Giunto nella sua cella si mise a preparare il necessario per rifocillare
l'anziano, e questi gli disse: "Fammi questa carità, fratello, raccontami la tua
vita". Poiché egli non voleva parlare, l'anziano insistette molto a pregarlo.
Convinto dalle suppliche, l'uomo disse: "Mangio solo la sera; quando mi corico,
tengo soltanto il necessario per il mio nutrimento; il resto lo do ai poveri e,
se ricevo qualcuno dei servi di Dio, lo offro a lui. Quando mi alzo al mattino,
prima di sedermi al mio lavoro dico che tutti gli abitanti della città dal più
piccolo al più grande, entreranno nel Regno per la loro giustizia, mentre io
solo erediterò il castigo per i miei peccati. Anche alla sera, prima di
addormentarmi, dico la stessa cosa". Udito ciò l'anziano gli disse: "Quest'opera
è buona, ma non è tale da superare le mie fatiche di tanti anni". Mentre si
accingevano a mangiare, l'anziano udì che in strada si cantavano delle
canzonacce; la cella dell'ortolano si trovava infatti in una zona di cattiva
fama. Gli dice l'anziano: "Fratello, tu che vuoi vivere così secondo Dio, come
mai rimani in questo luogo? Non ti turbi quando senti cantare queste cose?".
L'altro gli dice: "Ti dirò, padre, che non mi sono mai né turbato né
scandalizzato". "Ma cosa pensi in cuor tuo quando odi queste cose?", chiede
l'anziano. "Penso - egli dice - che essi entreranno certamente nel Regno". A
queste parole l'anziano, preso da ammirazione, disse; "Questa è l'opera che
supera la mia fatica di tanti anni", e inchinatosi davanti a lui soggiunse:
"Perdonami, fratello, non sono ancora giunto a questa misura". Quindi, senza
toccar cibo, se ne tornò nel deserto (Apoftegmi, Raccolta alfabetica, anonimo N
67: Vita e detti cit., II, pp. 236-237).

martedì 4 giugno 2013

Domenica delle mirofore

Domenica 19 maggio è stata la domenica delle Mirofore,
e il nostro parroco ha donato una rosa a tutte le "mirofore" della parrocchia.